Questo sito utilizza cookie tecnici. Cliccando sul pulsante Accetto oppure continuando la navigazione del sito, l'utente accetta l'utilizzo di tutti i cookie. Per maggiori informazioni, è possibile consultare l'informativa completa sulla privacy .

by vibrisse

[Le pagine che seguono fanno parte del romanzo in corso d'opera, intitolato Discorso attorno a un sentimento nascente, ispirato in parte a un quadro - lo vedete qui sopra - del pittore Claudio Laudani]

di giuliomozzi

 

Quando ripassai a trovare Claudio, un pomeriggio di qualche giorno dopo, in prossimità del Natale, il quadro era finito. Non sarebbe necessario descriverlo, visto che lo vedete nella sovraccoperta di questo libro. Ma poiché non si possono escludere successive edizioni (magari: più edizioni, più soldi), e gli editori fanno quello che vogliono, ve lo descrivo. C’era tutto questo fondo nero, di un nero che non era più nero-nero, ma con dei riflessi o delle trasparenze bluastre, di un blu molto cupo, in sostanza era diventato ancora più buio, quel fondo, più imperscrutabile, non era più un nero-piatto, era diventato un buio d’abisso, un vuoto tutto pieno nel quale lo sguardo sprofondava, sprofondava, senza mai vedere una fine. Misterioso a perdita d’occhio. E da questo buio d’abisso, dal quale pareva che non potesse venir fuori niente, tanto l’occhio ci si perdeva, tanto sprofondante pareva, veniva invece fuori, tentava di venir fuori, appariva, una figura umana, una testa, due braccia, un corpo, una figura gialla e rossa e dorata, splendente, incrostata di colore, di un colore che catturava la poca luce giacente nella cucina-studio di Claudio, la prendeva tutta, la usava per venir fuori dal buio d’abisso. Una figura umana, non del tutto distinta, quasi deforme, deforme senza quasi, una figura ancora non del tutto formata, una figura ancora trattenuta dal buio d’abisso, eppure già uscente, già liberata, già fuori dal buio, donata. Come un feto ancora avvolto nei suoi panni placentari, ma già splendente. Io mi sedetti sulla sedia meno sporca, e rimasi a guardare. Claudio guardava me che guardavo. Guardai per minuti e minuti. Claudio stava in piedi, impaziente.
«E allora? Che te ne pare?», disse col suo modo ansioso, girando per la cucina-studio, passandomi davanti, parlando, riempiendo un bicchiere d’acqua al rubinetto.
«Mi pare bello», dissi.
«Vero?».
«Sì, vero».
«Ecco, adesso pensavo», avvicinandosi al quadro, «potrei intervenire qui, qui, magari mettere una velatura…».
«Claudio, ti prego. Non fare più niente. Va bene così».
«Così?».
«Sì. Claudio, io mi posso sbagliare, lo sai che mi posso sbagliare, ma secondo me questo ti è venuto proprio bello. Proprio bello».
«Davvero?».
E’ infantile, Claudio, quando intravede un’occasione per farsi lodare.
«Davvero».
«Dimmi, dimmi», di nuovo ansioso, desideroso, «spiegami. Perché ti pare bello?».
«Claudio, e che ne so?».
«Tu parla».
Cominciai a parlare. Non ricordo precisamente che cosa dissi – ed è importante, che non mi ricordi, come vedremo tra poco –, probabilmente farneticai, probabilmente feci come all’inizio di questo capitolo, accumulai parole nel tentativo di dire quello che era evidente, che non si poteva dire in quanto era evidente, stava davanti a noi in tutta la sua evidenza.
«Questa mi pare una nascita», immagino di aver detto, «una nascita dal buio. Questo è uno dei tuoi feti, ma non è come uno di quei tanti feti che hai dipinti fino adesso, è un feto nuovo, questo è un feto che è proprio nato, capisci?, non è un feto che nell’essere feto dice di non essere persona, di essere incompiuto, di essere a metà strada tra vita e non vita, quindi spaventoso e temibile come i fantasmi e gli insepolti, questo è un feto splendente, che è tutto glorioso nel suo essere feto. E’ una nascita dal buio. C’è un buio, e da questo buio viene fuori questa creatura luminosa. E’ come la nascita di Venere».
«Quella del Botticelli?».
«Sì, non sto dicendo che è bello come la nascita di Venere del Botticelli, per carità, ma se penso a come, oggi, si potrebbe dipingere la nascita di una divinità del sentimento amoroso, di una divinità che è puramente e semplicemente amabile, Claudio, io credo che la si possa dipingere solamente così».
«Quindi ti pare buono?».
«Scherzi? Mi pare buonissimo. Vedi, Claudio, posso parlarti di te?».
«Mi fa piacere».
«Io, Claudio, ho sempre l’impressione che tu non sia capace di avere dei sentimenti». Sta per parlare, lo blocco. «Come se qualcosa ti impedisse di avere dei sentimenti, come se la tua capacità di avere sentimenti – che ce l’hai, come tutti – fosse stata fermata, bloccata, rinchiusa, tanti e tanti anni fa. I tuoi quadri, i tuoi Cristi urlanti senza mani né piedi, le tue donne che partoriscono mentre ballano in discoteca, i tuoi angeli-feti che sembrano più minacciosi che teneri, tutto questo tuo corredo d’immagini, scusa se mi permetto, ma mi sembra che, a volerli guardare, i quadri, come se non fossero delle opere d’arte, ma dei mezzi che tu adoperi per dire, per dirti, per comunicare, tutto questo tuo corredo d’immagini, se c’è una cosa che dice, ripete, urla, grida, è proprio questa inestinguibile nostalgia del sentimento, non di un sentimento in particolare, ma del sentimento come principio, come possibilità dell’anima. Invece qui, e lo ripeto, che posso sbagliarmi, mi pare proprio che ci sia finalmente un sentimento che nasca, un sentimento che esca da questo mare di petrolio, da questa prigione liquida, e finalmente appaia, splendido splendente, per donarsi, per essere accolto, per rendere possibile – lui, il sentimento primario – tutti gli altri sentimenti. Mi spiego?».
«Sì».
«E allora, ecco, ti dico, a me sembra un quadro bellissimo, ma a parte questo, vedi, questo è un quadro che mi riempie di felicità, perché mi pare che dica che tu, benché sia stato prigioniero per anni e anni, una possibilità di sentimento ce l’hai, ce l’hai perché dalla tua mente, anzi no, non dalla tua mente, dalle tue mani, è venuto fuori questa presenza meravigliosa qui, questa Venere che nasce da acque nere e buie, e viene fuori non in piedi sulla conchiglia, ma seduta, quasi, pare, come se fosse su una carrozzella… E’ una Venere forse menomata, deforme, una Venere in carrozzella, una Venere storpia, non so, adesso sto delirando, ma è comunque una Venere, dea luminosa, che appare… Capisci? Io sono felice per te… Perché questo è un quadro che fa un discorso, per così dire, è un quadro narrativo, è un quadro che dice che c’è un mare di petrolio, un mare mortale, abissale, un mare che inghiotte tutto, eppure da questo mare, almeno una volta, almeno questa volta, è uscita una creatura d’amore…».
Non so se dissi proprio questo: non sto ricordando, sto inventando. Tra le feste un nostro comune amico, Gualtiero, passò a fare delle fotografie ai quadri di Claudio, come faceva e fa di tanto in tanto, e le pubblicò, come aveva fatto altre volte, nel suo fotoblog, e io quando le vidi, vidi che questo quadro era intitolato: Discorso attorno a un sentimento nascente, e alla prima occasione dissi a Gualtiero: «Ma l’hai trovato tu, quel titolo, o te l’ha detto Claudio», perché so che Claudio è del tutto incapace di trovare titoli per i suoi quadri, e Gualtiero disse: «Claudio mi ha detto che l’hai trovato tu, quel titolo, che gli hai detto tu, che quel quadro era un Discorso attorno a un sentimento nascente», e così capite perché ha una certa importanza, il fatto che io non mi ricordi quello che ho detto a Claudio quel giorno. Fattostà che di quel quadro poi parlammo, parlammo ancora, altre volte, anche perché nel frattempo io avevo cominciato a scrivere un testo, che poi era la prima versione di questo che state leggendo ora, e che avevo intitolato appunto Discorso attorno a un sentimento nascente, come è intitolato questo libro.
«Claudio», gli dissi una volta, «secondo me con questo quadro tu hai fatto il tuo Ritratto di Dorian Gray».
«Eh?».
«Ma sì. Hai presente la storia?».
«Più o meno».
«Ecco, te la ricordo. Ho anche portato il libro. C’è questo pittore, questo Basil Hallward, che un bel giorno, per così dire, si innamora, non si innamora fisicamente, si innamora in senso artistico, di un giovinetto, che è appunto Dorian Gray. Non è più capace di stare senza di lui, la sua bellezza è tale che si infonde nelle sue opere, nei sui quadri, nei suoi disegni, ecco, dice, parlando con un amico… Voltandomi, vidi Dorian Gray per la prima volta. Lo guardai negli occhi, e mi sentii impallidire. Stranamente, ero terrorizzato. Avevo incontrato qualcuno, capisci, la cui sola personalità era tanto affascinante da assorbire interamente – se glielo avessi permesso – la mia natura, la mia anima, e la mia stessa arte. E più avanti: E’ lui tutta la mia arte per me, ormai. e non soltanto perché traggo da me i miei dipinti, i disegni, e persino i miei abbozzi: tutte cose che ho fatte, certo. Ma per me lui è molto di più che un modello. Non voglio dire di non essere soddisfatto di ciò che ho tratto da lui, o che la sua bellezza sia tale che l’arte non possa esprimerla. Ma in modo strano – non so se mi potrai capire – la sua personalità mi ha rivelato una nuova maniera artistica, un nuovo stile. Vedo le cose diversamente, penso alle cose diversamente. Posso dar loro vita in modi che prima mi erano celati. «Un sogno si forma nei giorni del pensiero»: di chi è questa frase? Non riesco a ricordarlo: ma Dorian Gray significa questo, per me. E ancora, quando spiega al suo amico perché non ha intenzione di esporre il ritratto di Dorian Gray, il pittore dice: Ogni ritratto fatto con sentimento è un ritratto dell’artista, non del suo modello. Chi posa ne è solo la causa accidentale, l’occasione. La tela e i colori non ci dicono nulla di lui; è il pittore a rivelare se stesso. Se non esporrò questo quadro, è perché temo di avervi ritratto il segreto della mia anima».
«Perbacco!».
«Eh, perbacco sì. Poi la storia la sai. Dorian Gray si ingelosisce del suo stesso ritratto. Che tristezza!, dice. Io dovrò invecchiare e guastarmi, e rimanerne sfigurato. Ma il mio ritratto sarà per sempre giovane. Non invecchierà mai oltre questo giorno di giugno… Se solo fosse il contrario! Se solo potessi restare, io, per sempre giovane, mentre il mio ritratto invecchia – per questo – per questo darei tutto – sì, darei ogni cosa al mondo! Darei anche la mia anima!».
«Che è poi quello che effettivamente succede».
«Sì. Il quadro finisce a casa di Gray, che lo nasconde in una stanza per non averlo davanti agli occhi, finché non si accorge che effettivamente quello che aveva desiderato avviene: lui resta giovane e bello, il quadro invecchia, diventa orrendo, mostruoso… L’imperitura giovinezza di Gray crea attorno a lui prima pettegolezzi, poi, negli anni, vera e propria paura… Poi Gray, non mi ricordo più come funziona la storia, dovrei rileggerlo tutto, addirittura uccide il pittore… Finché, nell’ultima pagina, travolto da una quantità di sentimenti contrastanti, Gray tenta di uccidere il ritratto, si sente un urlo e un tonfo, i servi accorrono, e trovano… il quadro che mostra un Dorian Gray nuovamente giovane e bello, e per terra, con un coltello piantato nel cuore, un orribile vecchiaccio, nel quale a stento riconoscono il vero Dorian Gray…».
«Non so se è bello, a questo punto, che tu mi dica che io con questo quadro ho fatto il mio Ritratto di Dorian Gray».
«E’ bello sì. Questo quadro è come la tua Madonna fotografica».
«Come, scusa?», sporgendosi verso di me.
«Ma sì. Questo quadro mostra come tu puoi essere. Ora che l’hai dipinto, ora che il caso ti ha guidato a dipingerlo, tu puoi provare a diventare come lui. Puoi provare a rinascere dal buio, a rinascere luminoso e dorato e splendente».
«E la Madonna fotografica cosa c’entra».
«E’ lo stesso. Nella Madonna fotografica, in questa fotografia che – l’hai detto cento volte – non saresti mai capace di rifare, tu hai fissato un sentimento. Un sentimento per te possibile. Che non hai, non possiedi, non controlli, magari non senti, non sei capace di nominare: ma che è per te possibile. Hai fotografata una donna di bontà perfetta. Quella donna che non hai mai incontrata».
«E’ vero».
«E qui, invece, hai dipinto te stesso. E non ti sei dipinto, come in tutti questi quadri qui», e agitai le mani nell’aria, per indicare i quadri tutti insieme, «come un feto incompiuto, come un uomo che non è nato del tutto e non si sa nemmeno se è nato o no, se è una creatura della luce o una creatura delle tenebre. Ti sei dipinto come una creatura della luce che esce dalle tenebre. Che rinasce dall’alto, come diceva Gesù a Nicodemo, tenendo conto che “altus”, in latino, vuol dire prima di tutto “profondo”. In questo quadro tu hai dipinta la tua rinascita dal profondo, Claudio. E poiché l’hai dipinta, questa nascita può avvenire. O è già avvenuta, e vuole solo essere riconosciuta. C’è già, e non ancora».
Claudio mi guardava con la bocca spalancata. Io non sono solito a fare simili sproloqui.
«Il sentimento nascente, dunque… sono io?».
«Sì, Claudio, sei tu».
«E perché ti impressiona tanto, questa cosa?».
«Claudio, perché questo quadro l’hai fatto tu, in questo quadro, come diceva – dicendo delle banalità, beninteso: ma ci sono banalità che sono sacrosantamente vere – il pittore del romanzo di Wilde, hai fatto il ritratto di te stesso, anche se hai dipinta una creatura come mai si è vista in terra. Ma io, che sono qui, quando guardo questa creatura, quando la vedo nascere dal profondo, mi ci riconosco. Mi sento rinascere anch’io».
«Anche tu?».
«Anch’io. Claudio, la sera in cui tu hai cominciato a dipingere questo quadro, io ho cominciato a scrivere un romanzo».
«Un romanzo?».
«Sì. E sai come si intitola?».
«Dimmi».
«Discorso attorno a un sentimento nascente».
«Come il quadro».
«Sì. E voglio questo quadro in copertina».

Advertisement

Shinystat